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secondo i rigidi dettami di un’educazione cattolica molto severa, che tuttavia, anziché limitare le sue naturali ed esuberanti inclinazioni artistiche, finisce per ottenere l’effetto esattamente opposto, suscitando in lui un violento desiderio di emancipazione, che si traduce ben presto nella dolorosa ma inevitabile decisione di un precoce allontanamento dalla famiglia. A 18 anni, contro il parere dei genitori, con cui i rapporti sono ormai degenerati, decide di trasferirsi a Firenze per iscriversi all’accademia di Belle Arti. Questa bruciante esperienza familiare (Simone non avrà per diversi anni alcun tipo di rapporto con i familiari) svolgerà un ruolo decisivo nella formazione della sua personalità e della sua concezione del mondo. Simone se ne rende conto subito: «Sapevo che andandomene avrei troncato ogni rapporto […] Ma io non potevo più restare lì… Avrei sofferto troppo».
I primi contatti con la nuova realtà fiorentina non sono dei migliori. Simone si sente a disagio con i compagni; alcuni professori ironizzano sulla sua ingenuità, lo considerano un po’ ritardato.
Simone reagisce all’ambiente dell’Accademia, dove si sente incompreso e soprattutto si annoia, coltivando tutta una serie di rapporti esterni alla scuola, frequentando caffè letterari e biblioteche.
È proprio in una biblioteca del capoluogo toscano che conosce Giovanni Papini, con cui inizia un sodalizio letterario che culmina nella scrittura di «Va au diable!», un giallo metafisico che racconta, in uno stile decisamente sospeso e irreale, la singolare vicenda di un commesso viaggiatore alla ricerca dell’assassino del figlio, morto in misteriose circostanze durante una gita a Venezia. Il racconto si conclude, con un vero e proprio coup de theatre, con l’efferata e imprevedibile vendetta del protagonista, che si compie in Piazza dei Miracoli a Pisa, sotto lo sguardo attonito dell’assassino, che assiste impotente all’uccisione del figlio.
Ma «Va au diable!» è poco più di un divertissment.
Il libro esce con una tiratura molto limitata anche se ottiene recensioni più che favorevoli.
Resterà l’unica fatica letteraria di Lecca che del resto ha sempre dichiarato di non avere mai amato molto scrivere.[1]
Il giovane Simone ha ben altri obiettivi.
Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti di Firenze incomincia ad interessarsi di teatro e di cinema, dapprima come attore, in seguito come sceneggiatore e regista. La sua straordinaria capacità di creare storie e situazioni dal nulla, assieme ad una personalità e ad un carisma non comuni, gli consentono di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica con una velocità per molti versi sorprendente.
I suoi esordi cinematografici sconfinano nella leggenda. C’è chi sostiene che egli sia il marito scomparso del personaggio interpretato da Rebecca Wilson in Il conquistatore del mondo di Roger Corman. Secondo altre fonti avrebbe interpretato una piccola parte nel film dell’amico Citto Maselli, La Dama di picche, a cui ha in ogni caso collaborato alla stesura della sceneggiatura.
Di certo è un Lecca ancora molto impacciato quello che vediamo in Dal medico, tratto dall’omonimo racconto di Dino Buzzati, in cui si palesa tutto il suo giovanile entusiasmo per gli ideali massonici e che generalmente viene indicato come il suo primo lavoro ufficiale.
In quegli stessi anni entra in contatto, attraverso la mediazione di Tadeusz Kantor (che nel frattempo era diventato uno dei suoi interlocutori privilegiati), con il musicista e teatrante ebreo Moni Ovadia, allora poco più che ventenne.
Scrivono insieme un testo teatrale ispirato al capolavoro kantiano La critica della ragion pura, che, nelle loro mani, diventa un pamphlet pacifista ironico e beffardo, che mescola umorismo yiddish e avanguardia teatrale. La critica va in scena al Comunale di Firenze ma dopo due giorni viene sospeso a causa delle vibranti proteste del pubblico fiorentino, non abituato ad assistere a spettacoli così feroci e cruenti. La gente non era ancora pronta per comprendere un’opera così audace, commenterà Ovadia qualche decennio dopo.[2]
Nello stesso periodo interpreta la parte di un redivivo Sherlock Holmes (che, a differenza del suo storico antagonista, è riuscito a riemergere vivo dalle insidiose rapide del Reichenbach), alle prese con P.J. Skinner (interpretato da Pedro Romeros), il diabolico figlio del professor Moriarty, nel classico B-Movie «Intrigo a Lisbona», una coproduzione anglo-francese diretta da William Forsyte.
L’anno successivo è la volta del suo secondo film da regista\interprete, Il meraviglioso mondo di tziu Affieli (Market Affieli), che vede Simone LECCA ancora una volta accanto al grande attore spagnolo Pedro Romeros. È un film strano, in cui lo squilibrio tra il versante intimistico della vicenda dei due personaggi e le ambizioni autoriali di indagine storica e sociale provoca una fastidiosa sensazione di artificiosità. Il pubblico però apprezza questa comicità stravagante e lieve in cui l’elemento slapstick viene reinterpretato in una chiave più vicina alla sensibilità contemporanea.
È durante il festival del cinema di Cannes, sulla spiaggia della Croisette, che Lecca incontra Shara Guandalini, «l’unica donna di cui io mi sia mai davvero innamorato».
«Fu un’apparizione magica, sensuale e materna», dichiarerà Lecca molti anni più tardi. Shara, bellezza algida, adulta, irraggiungibile. L’innamoramento è immediato, e la cristallizzazione di quell’apparizione produrrà un personaggio centrale nella costellazione poetica di Simone, Sara, la tenera e disincantata protagonista di uno dei capolavori assoluti del suo cinema, Sara, la donna di Provenza, che verrà poi mirabilmente interpretato dalla stessa Shara Guandalini.
L’anno successivo Sara esce nei cinema. La reazione del pubblico è entusiastica. Sara consacra definitivamente Lecca e lo lancia nell’elite del cinema italiano ed europeo.
Con Sara Lecca si guadagna i favori delle grandi case di produzione. Le proposte di lavoro si susseguono senza soluzione di continuità; Lecca è invitato ai festival, riceve premi, è spesso ospite di programmi radiofonici e televisivi.
Ma, all’improvviso, qualcosa in questo delicato meccanismo si inceppa. Il successo sembra privarlo di motivazioni. Qualcuno sostiene che si sia montato la testa. Certamente Simone non è più lo stesso. Anche il cinema non lo interessa più. «Non è che io sono cambiato. È cambiato il mio modo di guardare alla realtà. Sono due cose differenti […] Certo che credo nella politica. Ma la vera politica è quella militante… quella delle piazze, quella che si fa in prima persona. Io non voglio delegare nessuno».
Lecca partecipa a seminari, manifestazioni di piazza, confronti televisivi. È protagonista di performance satiriche che fanno discutere. Si fa spesso vedere assieme a uomini politici e a personaggi celebri, assume atteggiamenti decisi, fermi, spesso addirittura autoritari. Diventa un uomo potente e, secondo molti osservatori, finisce per perdere il senso delle proporzioni.
Intanto la situazione precipita. Simone paga lo scotto di una scelta radicale. Viene progressivamente emarginato, perdendo la fiducia di molti dei suoi collaboratori.
Le persone che fino a quel momento gli sono state vicine iniziano a contestarlo. I registi Citto Maselli e Pierre Bazieh dichiarano pubblicamente di non volere più avere nulla a che fare con lui. Ma è l’amico più caro, Moni Ovadia, a lanciargli le accuse più violente. Gli contesta la sua militanza, la sua faziosità, il suo tentativo di usare il cinema e la televisione come dei biechi strumenti di propaganda elettorale.
Anche la stampa non perde occasione per accanirsi contro di lui. Il duro biasimo della critica militante nei suoi confronti che lo accusa di mecenatismo e di soggettivismo intellettuale lo getta in una profonda crisi esistenziale e in una sconfortante impasse creativa.
Lecca decide di abbandonare definitivamente la forma del racconto cinematografico per cimentarsi con qualcosa di più simile alla video arte che al cinema. I risultati non sono sempre equilibrati ma la resa è spesso suggestiva e di grande impatto, anche grazie alla solita mordace ironia e ad un umorismo dirompente e corrosivo.
Esce Souvenir. Un video di pochi minuti ad inquadratura fissa in cui l’icona leonardesca Gioconda\Monnalisa si lascia andare alle più improbabili ed esilaranti espressioni facciali al ritmo di una sonata vivaldiana.
Il formidabile successo commerciale del video dà ragione a Lecca. Attraverso un innovativo utilizzo delle nuove tecnologie elettroniche il regista sardo sembra aver trovato ancora una volta la quadratura del cerchio. A chi sostiene che cinema e video siano due cose inconciliabili Lecca risponde in maniera perentoria… «Vede… per me il medium non è importante. Mi spiego meglio… Vedere è per noi una necessità. Che si tratti di cinema o di video il problema rimane lo stesso. […] per un regista il problema è quello di cogliere una realtà che si consuma e che si trasforma, e presentare questo movimento, questo venire fuori e proseguire incessante, come nuova percezione, come nuova dimensione di senso».
Negli ultimi lavori Lecca accentua la sua vocazione tecnologico\sperimentalista portando alle estreme conseguenza il discorso sull’alienazione e la spersonalizzazione del mondo contemporaneo iniziato con Sara, rappresentando, in un farneticante furore barocco, un mondo completamente reificato, privo di qualsiasi umanità e ormai definitivamente schiacciato dalla barbarie e dalle blandizie dell’industria culturale.
Emblema paradigmatico di questa nuova torsione poetica, Maledirò, unanimemente considerato il suo capolavoro, sancisce il definitivo distacco di Lecca dal cinema inteso come semplice narrazione di storie. Scrive Simone «La natura della performance video è un’attività che mette il testo tra parentesi e lo sostituisce con il riflesso dello specchio… […] I (miei) doppi che qui di volta in volta si manifestano rappresentano una rifiorimento del sé, il venire in luce di ciò che, innanzitutto e per lo più, rimane nascosto».[3]
Lecca diventa l’alfiere di una cinematografia ermetica, impermeabile ad ogni tentativo di interpretazione logica e razionale, e questo gli aliena le simpatie della maggior parte dell’opinione pubblica che non capisce, che rimane costantemente spiazzata. Il suo cinema appare indecifrabile, incomprensibile, frutto di geniali quanto casuali associazioni di immagini e situazioni.
Una sorta di scrittura visiva automatica ed inconsapevole, più vicina all’immediatezza della poesia o della danza che al rigore e alla precisione propri del linguaggio cinematografico.
La recente pubblicazione di un saggio dello studioso di origine polacca, Valery Swarobinsky, ha provocato un acceso dibattito tra i critici. La tesi di Swarobinsky è semplice quanto temeraria.
Nel cinema di Lecca l’apparente arbitrarietà delle immagini e dei plot narrativi nasconde una sottoselva di simboli e significati molto precisa ed articolata. Il suo cinema sarebbe il risultato di un disegno sistematico, di un calcolo prestabilito ed estremamente complicato che, sotto l’apparenza giocosa e divertente dello sketch e della boutade, veicola dei messaggi e dei significati sotterranei, a volte di natura politica, più frequentemente di tipo esoterico ed iniziatico.
L’unica cosa certa però è che, qualunque cosa facesse, Lecca sollevava ovunque aspre polemiche.
In concomitanza con il lancio di Maledirò i giornali uscirono con titoli a carattere cubitale su presunti finanziamenti illeciti del governo cinese. Gli straordinari effetti speciali utilizzati nel film avevano suscitato un nuvolo di sospetti sulla provenienza del denaro.
Alla fine si scoprì che Lecca era riuscito ad accedere a dei fondi pubblici grazie alla mediazione di Marina Liverani, sinologa di fama internazionale e consulente del ministero delle finanze, che in quel periodo era diventata la sua amante.
Lo scandalo non tarda a scoppiare.
Simone si sente sempre più estraneo al mondo. Nelle rare dichiarazioni di quel periodo rivendica in continuazione la sua inattualità, cadendo spesso nel ridicolo e nel patetico. «Quando non si è in sintonia con il proprio tempo la gente fa molta fatica ad accettarti. Mi sono sempre sentito a disagio nel mio tempo, fuori dalla mia epoca. Io sono un inattuale…».
Spinto dalla necessità, ma anche dai pessimi consiglieri che in quel periodo gli gravitano attorno, nell’ultima parte della sua carriera Lecca si cimenta con la pubblicità con esiti spesso disastrosi. Esempio emblematico in questo senso è la campagna pubblicitaria per una nota casa automobilistica che evidenzia la definitiva impasse creativa del regista sardo.
Proprio quando sembra che la carriera di Lecca sia ormai destinata ad un inevitabile declino, viene chiamato da Pierre Bazieh, un giovane regista indipendente siriano alla sua prima prova da regista, che lo vuole nel suo Il teorema del Delirio, una colossale produzione araba in cui Simone interpreta la parte di un poliziotto corrotto nella Damasco degli anni cinquanta. Il film di Bazieh sembra davvero l’occasione giusta per rilanciare l’immagine di Lecca. La sua interpretazione è discreta, ma il film è un flop colossale tanto da costringere il distributore a ritirarlo dalle sale dopo solo una settimana di programmazione. Ancora un fiasco. Simone è sempre più infelice.
In quegli stessi anni Lecca tenta anche la strada della fiction televisiva dirigendo dei brevi short umoristici per delle emittenti locali. Ma anche qui le cose non vanno bene. La risposta del pubblico è tiepida. Questi lavori appaiono deboli ed eccessivamente didascalici. È il tracollo. Lecca perde la fiducia delle poche persone che gli gravitano ancora attorno. Non riuscirà più a dirigere un film.
È sempre più isolato. Decide di ritirarsi a vita privata con la compagna Marina e la giovane figlia Yoko. Ma anche loro dopo qualche tempo decidono di lasciarlo. Simone è diventato intrattabile, non riesce più a relazionarsi con nessuno. Vuole stare da solo. Si richiude in una solitudine inquieta ed insofferente «Io non volevo avere più nessuno vicino a me […] tanto non avrebbero potuto capire».
Provocatore, paradossale, spirito graffiante, iconoclasta, misogino, fustigatore di costumi, moralista, poeta sono soltanto alcuni degli epiteti che hanno accompagnato senza tregua il suo nome. Un uomo, ma soprattutto un’opera, che ha fatto continuamente discutere, ha interrogato le coscienze, ha stimolato la riflessione. Eppure oggi pochi sanno chi è Simone Lecca e quale apporto ha dato alla cultura contemporanea. «Io non ho mai creduto a nulla… Ho sempre accettato tutto, senza crearmi nessun tipo di aspettativa… dalla vita ho comunque avuto molto…».
Simone Lecca attraversò la vita con incauta rapidità. Una carriera fulminante ma luminosa come poche che si conclude, nel breve spazio di pochi anni, nella solitudine e nell’indifferenza più generale.
L’opera di Lecca, nel suo complesso, forma una massa ancora largamente oscura ed impenetrata. Ma se, come molti grandi teorici hanno ipotizzato, il grande cinema è quello che tenta di rappresentare proprio ciò che non può in alcun modo essere rappresentato, allora è certo che l’opera (e la vita) di Simone Lecca, sfuggente ed incomprensibile quante altre mai, possa in qualche modo venire elevata a simbolo di questa originaria contraddizione.
«È un genio assoluto, ma nessuno lo capirà prima della sua dipartita».
Pier Paolo Pasolini
[1] Cfr. W. Mabusing, Simome Lecca, eine nachgellassene Biographie, Frankfurt 2002.
[2] Anche in relazione alla celebre questione sulla presunta censura alla Critica e alla polemica che ne derivò cfr. W. Mabusing, op. cit., pag. 37.
[3] È Platone nel Fedro (250d) a dire che «ciò che è più manifesto è più amabile». Heidegger, interpretando la lirica di Hoelderlin intitolata Come quando al dì di festa, scrive che «L’onnipresente natura incanta e rapisce. Ma l’insieme dell’incanto e del rapimento è l’essenza del bello» e aggiunge, più avanti, che la natura, e cioè la physis dei greci, e il sorgere che si ritrae in se stesso, l’apparire che è affine al nascondersi, come in Eraclito, e richiama perciò l’analoga nozione di verità come alétheia, la cui etimologia suggerisce la coessenzialità del velamento e dello svelamento, del venire alla luce a partire dalla oscurità.
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